Omaggio a “FOCO”

E’ morto Ennio Sardelli, uno dei piu’ noti ex partigiani fiorentini, simbolo della Resistenza in Toscana. Sardelli si e’ spento ieri pomeriggio all’ospedale San Luca Nuovo di Firenze all’eta’ di 82 anni. I funerali civili si terranno nella Cappella degli ex Barnabiti in via S. Agostino 23 alle ore 15.00 di domani (accanto alla sede della sezione Oltrarno dell’Anpi). Sardelli, conosciuto a Firenze come “Foco”, ovvero ”Fuoco”, e’ stato per oltre 28 anni, dal 1980, il presidente della piccola ma attiva sezione dell’Anpi Oltrarno. Solo nei mesi scorsi aveva purtroppo dovuto interrrompere, per gravi motivi di salute, la sua quotidiana presenza in sezione. Grande motivo di dolore per lui era stata la scomparsa nell’ottobre scorso della amata moglie Mina.

Il saluto romano? In San Babila è reato

Dal sito corriere.it

MILANO — Fare il «saluto romano »? Sebbene l’aria che tira sia quella dello sdoganamento di un gesto, derubricato a poco più che innocua intemperanza (ad esempio di recente nell’entusiasmo dei supporters di Alemanno in Campidoglio dopo la sua elezione a sindaco di Roma), può essere ancora reato di apologia di fascismo. Come pure gridare lo slogan «Camerati a chi? A noi!». O partecipare al coro «Me ne frego». Dipende dalle condizioni di contesto, dal teatro delle performance, dal «potenziale evocativo ». È questo il discrimine tracciato dalle motivazioni (depositate prima delle elezioni) di una sentenza con la quale il Tribunale di Milano il 20 dicembre scorso aveva condannato nove persone a pene comprese fra gli 8 e i 2 mesi, assolvendone altre dodici. Di fronte all’ottava sezione penale, nessuno degli imputati negava di aver fatto i gesti e intonato i cori attestati dai video della Digos e imputati dalla Procura a 21 dei 700 partecipanti alla manifestazione nazionale pubblica (con corteo in corso Venezia e comizio in piazza San Babila) organizzata dal Movimento Sociale-Fiamma Tricolore a Milano nel pomeriggio dell’11 marzo 2006, in un clima già teso per i gravi disordini provocati invece di mattina dal «corteo antifascista» di autonomi e centri sociali (costato 15 condanne a 4 anni per devastazione).

 

 

LE MOTIVAZIONI – L’interesse delle motivazioni sta nel fatto che esse distinguono tra i due tempi della manifestazione. Nel corteo di corso Venezia, benché di saluti romani e inni fascisti si fossero resi protagonisti alcuni degli impu-tati, scatta la loro assoluzione in quanto «si trattò di episodi isolati, che coinvolsero i manifestanti a gruppetti separati, senza che la gestualità o i canti abbiano (per compattezza, vistosità o intensità) presentato una coralità effettivamente suggestiva sulle folle». Qui i manifestanti esponevano «striscioni con rivendicazioni (come il diritto alla casa e la necessità del rispetto della legalità) dai contenuti squisitamente politici e legittimi», e sfilavano accanto ad altre persone «che non ostentavano simbologia fascista». Tutta diversa, per la relatrice delle motivazioni Concetta Locurto e i colleghi Tremolada e Rispoli, la valutazione di quegli stessi gesti e inni «nel momento cruciale del comizio» di Maurizio Boccacci «in piazza San Babila, luogo non irrilevante» perché «San Babila, in tutta Italia e soprattutto a Milano, è un luogo già di per sé fortemente simbolico: al di là della dimensione architettonica risalente all’epoca e allo stile del ventennio fascista, la piazza evoca un immediato collegamento con le formazioni “neofasciste” milanesi che, notoriamente, l’avevano eletta a loro trincea negli anni ’70». È qui, per i giudici, che saluti romani e inni cessano di essere «innocue parole o gesti che esprimano semplicemente il pensiero o il sentimento occasionale di un individuo», e passano invece a costituire «una rievocazione evidente dei contenuti e dei metodi del disciolto partito fascista, attraverso la spavalda ripetizione di gesti e invocazioni abituali accompagnata a una rivendicazione orgogliosa e compiaciuta delle proprie radici storico- politiche». È qui che diventa reato «una ritualità potentemente evocativa del clima del ventennio», una «chiara esortazione a manifestare pubblicamente quella stessa fede politica anche a dispetto dei divieti imposti dall’Autorità».

Pestaggio di Verona

Dal sito Corriere.it

Pestaggio di Verona, 19enne si costituisce

E’ un ultrà neofascista: si è presentato alla Digos dopo che gli agenti avevano stretto il cerchio attorno a lui

VERONA – Mentre restano gravisime le condizioni di Nicola Tommasoli, il tecnico di 29 anni picchiato da un gruppo di balordi in centro a Verona la notte del Primo maggio, un giovane di 19 anni si è costituito e ha già confessato di essere coinvolto nell’aggressione. Altri due presunti responsabili del pestaggio sono invece ricercati all’estero.

ULTRA’ NEOFASCISTA – Il giovane è un ultrà neofascista che, a quanto risulta alla polizia, è già stato responsabile di aggressioni a sfondo razzista e violenze negli stadi. Il 19enne, che apparterrebbe ad una famiglia benestante della città, si è costituito presso la Digos di Verona dopo che i poliziotti avevano di fatto stretto il cerchio attorno a lui. Accompagnato da un avvocato di fiducia, il ragazzo ha così confessato davanti ai magistrati. In passato, a quanto si è appreso, era stato sottoposto a Daspo, ovvero il divieto di accedere a manifestazioni sportive, previsto proprio dalle norme studiate ad hoc contro la violenza negli stadi. Dopo essere stato sentito è stato trasferito in carcere.
Un anno fa la banda di cui farebbe parte il giovane fermato per l’aggressione a Nicola Tommasoli era stata individuata dalla Digos della Polizia di Verona perché perseguitava i «diversi»: gente di colore, cittadini del meridione ma anche persone vestite, secondo la banda, non in maniera dignitosa.

DUE AGGRESSORI ANCORA DA IDENTIFICARE – Un fermato, due altri individuati, due invece ancora del tutto da identificare. Nelle indagini sulla brutale aggressione a Verona a Nicola Tommasoli mancano ancora all’appello gli ultimi due giovani del gruppo di cinque aggressori. Di loro, secondo fonti investigative, mancano ancora le identità, e il 20enne costituitosi alla Questura di Verona non avrebbe fornito elementi per arrivare alla loro individuazione. Il gruppetto, appartenente all’area dell’estrema destra veronese, sarebbe costituito tutto da giovani coetanei, intorno ai 20 anni. I due che sono riusciti a sottrarsi per il momento alla cattura, sempre secondo le stesse fonti, sarebbero fuggiti all’estero probabilmente in automobile.

L’AVVOCATO: UNA LITE DEGENARATA, NON VOLEVA UCCIDERE – Di certo non voleva uccidere e si sarebbe trattato di una lite degenerata quella avvenuta a Verona la notte tra il 30 ed il primo maggio a Verona e che ha portato al pestaggio di Nicola Tommasoli, ridotto in fin di vita. E’ questa la tesi riferita all’agenzia Adkronos da legale del giovane 19enne, sulla cui identità gli investigatori mantengono il massimo riserbo. Si attende un nuovo interrogatorio, ha spiegato il legale, e sopratutto la contestazione del reato; l’accusa infatti potrebbe sfociare in omicidio volontario o preterintezionale qualora Tommasoli, per le gravi ferite riportate, non ce la faccia a sopravvivere. Il legale ha poi detto che i genitori del giovane che si è costituito sono affranti. Secondo l’avvocato «ci troviamo davanti ad una vicenda che ha piu vittime, la situazione è drammatica e i genitori dobbiamo tutelarli: sono distrutti da questa situazione che è spaventosa». Il ragazzo, che frequenta regolarmente il liceo classico, avrebbe riferito agli inquirenti di essere stato lì al momento della rissa (bollata come banale litigio) e per questo motivo si è presentato.

CONDIZIONI ANCORA DISPERATE – Lo stesso Tommasoli continua intanto a lottare contro al morte nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Borgo Trento: momenti di angoscia per i genitori che sono al suo capezzale chiusi assieme agli amici più cari in una stanza accanto al figlio. «Sono realista non voglio illudermi – dice il papà Luca che si aggrappa a ogni flebile speranza -. I medici dicono che c’è stata una piccola ripresa poi rientrata. Non so che pensare».

FRONTE VENETO SKINHEADS: «NON SONO DEI NOSTRI » – Il Veneto Fronte Skinheads, per voce del presidente Giordano Caracino, esclude che il ragazzo fermato a Verona per l’aggressione a Nicola Tommasoli faccia parte del proprio movimento. «Il ragazzo – afferma – dalle informazioni che abbiamo, non fa parte del Fvs, non lo conosciamo. Non basta avere i capelli corti, un bomber o avere certe idee per far parte del nostro movimento». «Noi – aggiunge Caracino – prendiamo le distanze in maniera categorica dall’accaduto e dalle persone che l’hanno compiuto. Si fa presto a mettere insieme due nomi e delle sigle per tirare in ballo la nostra associazione». «Stiamo valutando come muoverci – afferma ancora Caracino – per per diffidare chiunque dall’affiancare il nostro movimento al fatto di Verona». Caracino, padovano, è presidente del Veneto Fronte Skinheads dall’ottobre del 2006. Secondo Caracino il movimento di estrema destra conta su alcune centinaia di aderenti.

La Resistenza si tocca, anzi si scalpella

«Aviere Faedda Mario. Rsi Fenu Antonino. Soldato Fois Paolo. Partigiano Foriesi Giuseppino». «Alghero ai suoi caduti, che donarono la vita perché l’Italia fosse libera e giusta». La lapide è nuova di zecca, è stata inaugurata poche settimane fa, con tanto di porporato e acquasanta. Non siamo nel cuore nero del Veneto, siamo ad Alghero, angolo dei caraibi sardi. Tutt’altro clima. E infatti la lapide, commissionata dal sindaco Marco Tedde, è persino goffa, nel suo revisionismo balneare. Tutti uguali, secondo il sindaco e lo scalpellino. Tutti morti «perché l’Italia fosse libera e giusta». Peccato che l’Italia che volevano i ragazzi di Salò non era né libera né giusta. La polemica viene da lontano, e non era di destra il presidente della camera che la aprì per primo. E siccome de mortuis nihil, parliamo dei vivi. Di Tedde, per esempio. Un (ex) tranquillo forzista, un ex socialista della catalogna sarda. Un moderato, a suo modo, almeno finora. Poi ha pensato di essere un fine fiutatore dell’aria che tira, un oculato lettore dei tempi che corrono. Ha percepito che tornava l’ordine nazionalberlusconiano. E che di questa ordinovella Italia, anche lui voleva essere, nel suo piccolo, pioniere. Il suo primo exploit è stato il 25 aprile, quando ha vietato alla banda cittadina di suonare ‘Bella ciao’ nelle commemorazioni della Liberazione. Un boomerang: molti cittadini hanno seguito la banda, e quando tacevano i tromboni, quelli intonavano ‘bella ciao’. I media hanno raccontato la sfida musicalpolitica, l’impacciato primo cittadino è finito in un mare di ridicolo. Questa volta c’è un po’ meno da ridere. Tedde non è un cattivo maestro, ma un pessimo scolaro, di un’Italia che si adegua, e adeguandosi è arrivata fino al governo, fino a Roma. Uno scolaro anche troppo zelante, se persino il sindaco di Roma, l’uomo con la celtica al collo, ha dovuto dire che la Resistenza non si discute. Roma e il governo valgono bene una messa. Quindi a Roma la Resistenza non si discute più. Ma in giro per l’Italia l’ordine non è stato ancora eseguito.

Svelato il mistero dell’assassinio de La Storta

ROMA – E’ la partigiana Neda Solic una delle ultime persone ad aver visto in vita Gabor Adler, alias John Armstrong, nel carcere nazifascista di via Tasso la notte tra il 3 e il 4 giugno del 1944. La sua testimonianza, raccolta dall’esercito britannico nel settembre dello stesso anno, è decisiva nel sovrapporre il nome di Armstrong alla figura dell'”inglese sconosciuto” che da più di 60 anni figura insieme a Bruno Buozzi e agli altri dodici martiri de La Storta, trucidati il 4 giugno del 1944 dai nazisti in fuga da Roma lungo la Cassia.

Gabor Adler è l’agente segreto delle forze armate britanniche – nato in Ungheria e poi inquadrato nel Soe prima di essere catturato in Sardegna nella sua unica missione oltre le linee nemiche – riemerso dagli archivi britannici e italiani: frammento dopo frammento, il puzzle di una vita che abbiamo raccontato a più riprese su Repubblica (vedi correlati a fianco) sintetizzando la massa di documenti raccolti a iniziare dalla primavera dello scorso anno.

“Gli unici testimoni oculari credibili su cosa successe durante le ultime 36 ore a Roma sono Louise Leslie e Neda Solic – si legge in una delle carte in possesso dell’Ambasciata britannica in Italia, e relativa all’indagine svolta dagli inglesi nel settembre del ’44 -. Il primo ha diviso la cella con Adler fino alle 13 del 2 giugno e ha testimoniato che, a quell’ora, Adler era ancora lì. L’altro testimone, Neda Solic, afferma che era presente e stava effettivamente vicino ad Adler alle 22 del 3 giugno, nel cortile di via Tasso, quando vennero compilati dei gruppi per deportarli a Verona. Adler – prosegue il documento – era certamente un componente di questo gruppo e il suo nome fu letto ad alta voce”.

Neda Solic, che quella notte riuscì ad evitare la deportazione verso il Nord, è una donna croata attiva nella Resistenza dapprima nella Croazia annessa all’Italia e poi nelle Marche. Arrestata dai tedeschi, venne trasferita a Regina Coeli nell’inverno del 1943, quando non aveva ancora compiuto vent’anni, e portata successivamente a via Tasso. Oggi, gravemente malata, vive a Roma curata e protetta dal marito Donato Camitio, un altro ex partigiano. E’ lui a fornire un ulteriore riscontro a quanto affermato da Neda Solic agli inglesi nel 1944: “Ho letto nel diario di Neda – racconta – alcuni accenni al giovane ufficiale britannico conosciuto a Regina Coeli. Lei in quel periodo godeva di una certa libertà e ogni tanto le era consentito di uscire dalla cella: così poteva parlare di nascosto con gli altri prigionieri, magari attraverso gli spioncini delle porte. Per tali contatti fu anche rimproverata dai carcerieri che minacciarono di ridurle questa piccola libertà di movimento, qualora avesse continuato a parlare con gli altri detenuti”.L’insieme degli elementi raccolti dal War Office a partire dal ’44 dà praticamente per scontato come uno dei 14 Martiri della Storta fosse proprio l’agente Armstrong. In particolare, un rapporto compilato nel luglio del 1946, pur sottolineando come “tutti i tentativi di stabilire con certezza cosa è successo ad Adler non abbiano avuto risultati”, conclude che “lui era tra gli italiani che furono prelevati dai tedeschi in via Tasso intorno alle 22 del 3 giugno 1944 e portati verso Nord attraverso la via Cassia con destinazione sconosciuta. Nella località chiamata La Storta furono trovate le salme dei componenti di questo gruppo, presumibilmente uccisi dalle guardie”. Tra i corpi riportati all’obitorio dell’ospedale Santo Spirito, uno non venne identificato diventando così l'”inglese sconosciuto” indicato nei libri di storia e sulla lapide commemorativa della strage. “Ci sono state molte prove contraddittorie sul destino finale del tenente Adler durante le ultime ore prima della liberazione di Roma – si legge ancora nel documento inglese del 1946 – e non è possibile dire con certezza cosa sia successo. Molto probabilmente è morto, ma la conclusione può essere raggiunta solo con un processo di congetture ed eliminando tutte le alternative”.

Dopo Verona Figline Valdarno

La cittadinanza è stupita per quanto accaduto lunedì sera.
Dopo avere letto le brutte notizie degli incidenti a Verona in cui un giovane ha perso la vita per colpa di delinquenti naziskin ora accusati di omicidio forse volontario, anche a Figline dobbiamo registrare un fatto di cronaca gravissimo.

Sono le 21.45 circa di martedì sera, due giovani Kosovari si 26 e 28 anni, con regolare permesso di soggiorno, si scambiano degli sguardi con dei giovani del posto, nella piazza Serristori. Gli sguardi infastidiscono un gruppetto di 5 personaggi che passa alle offese ed in un battibaleno ai fatti. Subito appaiono due mazze da baseball con le quali i due kosovari vengono picchiati duramente.
Intorno alle 22.00 il comando dei Carabinieri di Figline registra una chiamata di emergenza per rissa e pestaggio.
La prima pattuglia si attiva ed arriva il loco nel giro di pochissimi minuti ma in loco sembra tutto finito, fatta eccezione per una Renault Scenic che si allontana immediatamente. I due Carabinieri si insospettiscono e la seguono, mentre una seconda pattuglia converge.
La Scenic si ferma in prossimità di via Copernico 9, dove le pattuglie dei Carabinieri procedono al controllo dei due giovani.
Uno dei due ha le mani sporche di sangue, in macchina due mazze da baseball , una delle quali è rotta. Ai giovani viene chiesto di spiegare tutto al comando e vengono condotti in Centrale dove, dopo approfonditi  controlli e confronti da parte dei Carabinieri di Figline ,  si provvede al fermo per una serie di motivi, fermo convalidato la mattina seguente dal Gip, che ne ha disposto gli arresti domiciliari.
I due giovani arrestati si chiamano SALVATORE MASSONE di 23 anni operaio , già sorvegliato speciale e FRANCESCO D’ALTERIO di anni 19 disoccupato pregiudicato per furti e resistenza a pubblico ufficiale.
I due giovani Kosovari sono stati medicati al pronto soccorso hanno riportato traumi guaribili in circa 5 ed 8 giorni ed hanno presentato denuncia. La prima udienza è fissata per il 12 giugno.

Sulle mazze da baseball usate vi sono delle scritte inneggianti al fascismo , ” DUX MUSSOLINI” ” Tanti amici tanto onore” , questo sembra dare una tinta pseudo politica o razzista al gesto.

IL Capitano Mennella , che come sempre ci da precise e preziose informazioni sull’accaduto , ci ha detto che simili episodi di violenza ci sono in tutta Italia e non vi sono legami alcuni con gli episodi di criminalità organizzata occorsi a Figline. La matrice di questi episodi pare provenire da una voglia di dimostrare la propria supremazia sul prossimo con la precisa convinzione di farla franca soprattutto nei confronti di immigrati che se irregolari hanno difficoltà a fare denuncia.
Quanto alla appartenenza di queste persone alla estrema destra, la cosa ci mette ancora più in allarme, perchè quando i comportamenti violenti si tingono di ideologia , questi sono davvero pericolosi.
Fortunatamente come ricordato dal Capitano, il binomio richiesta – intervento a Figline è sempre molto rapido e chiamare i Carabinieri ha sempre una risposta immediata dal comando che riesce a gestire le chiamate di competenza nel giro di pochi minuti, nella media circa 5 minuti.

Cultura violenta

Dal sito Repubblica.it

In casa del 14enne arrestato, simboli e scritte che inneggiano alla destra estrema
Nel rituale di iniziazione, una svastica sul volto della vittima e bruciature di sigaretta

Nella banda anche una ragazzina che frequenta la stessa scuola della vittima

 

VITERBO – Scene che inneggiano al neofascismo; marce militari; simboli nazisti. Nei computer del quattordicenne di Viterbo arrestato per aver bruciato i capelli ad un compagno di scuola, c’era tutto questo e altro ancora: “Una gran quantità di materiale neonazista”, dice la Polizia.

Tra i simboli e le scritte neonaziste scaricate dall’adolescente da internet, ce ne sarebbero alcune “direttamente collegate alle sevizie inferte al ragazzo”. In particolare gli specialisti della polizia hanno scoperto una versione integrale del filmato che era sui telefonini. In quelle immagini, il bullo e i suoi due amici poco più che 13enni, prima di bruciare i capelli al coetaneo, disegnano con un pennarello una svastica sulla fronte della vittima. Nel computer sono stati trovati anche filmati scaricati da internet che riprendono cariche dalla polizia, scene inneggianti al neonazismo e al neofascismo con sottofondo di musiche sullo stesso tema.

Forse nel gruppetto di aguzzini c’era anche una ragazzina, una compagna di scuola che avrebbe più o meno la stessa età del quattordicenne “capobanda” rinchiuso in una comunità alloggio. Gli investigatori l’hanno già individuata.

La svastica disegnata, le cicche spente sul braccio, il fuoco ai capelli, era un rituale per entrare nel gruppo di destra QdS, Questione di Stile. “Gente che mena”, spiega un tredicenne che conosce il gruppetto di estremisti. “Gente che provoca, che va allo stadio ma cerca la rissa a tutti i costi”.

La vittima frequenta la stessa scuola media Pietro Vanni dei suoi aguzzini, un istituto al centro di Viterbo. E’ un ragazzo mite e schivo, allevato soprattutto dal nonno, di famiglia molto modesta. La sua caratteristica fisica più evidente è proprio la capigliatura, riccia e folta, contro cui i tre si sono accaniti. Nel breve filmato che registra le sevizie al quindicenne, le voci fuori campo annunciano tra le risate: “Adesso te li tagliamo”, e per tre volte il “gioco” si ripete. Il ragazzino spegne freneticamente a manate le fiamme alte anche 30 centimetri, ma gli aguzzini continuano tra un coro di risa e insulti. L’odissea si conclude con un paio di sigarette spente sulle braccia che lasciano ustioni profonde, ancora visibili a distanza di oltre quaranta giorni.

Il buongiorno si vede dal mattino

Dal sito Repubblica.it

ROMA – “Presidente, mi interrompono”. “E’ naturale, e poi dipende da cosa si dice…”. Botta e risposta, in aula, tra Antonio Di Pietro e Gianfranco Fini. E prima polemica per il neopresidente della Camera.
A Montecitorio Silvio Berlusconi ha appena finito la sua replica dopo il dibattito sulla fiducia. Cominciano le dichiarazioni di voto. Tocca a Di Pietro. Il suo intervento è molto duro nei confronti del premier. Piu’ di una volta l’ex pm viene interrotto da deputati della maggioranza. ”Lasciatelo parlare”, dice Fini rivolto ai suoi ex compagni di schieramento. Ma il leader dell’Idv, nuovamente interrotto, si rivolge direttamente a Fini chiedendo un suo intervento.
E’ a questo punto che il presidente pronuncia le parole che scatenano la polemica: “Onorevole Di Pietro lei sa che e’ abbastanza naturale che ci siano interruzioni”. Anche se, aggiunge, ”dipende da quello che si dice”.
Immediata la replica: ”Ha ragione signor presidente, dipende da quello che si dice perché non bisogna disturbare il manovratore…”.
Botta e risposta rapido e dai toni secchi, ma non è finita qui. Subito dopo Di Pietro, infatti, interviene per la sua dichiarazione di voto l’ex presidente della Camera e leader dell’Udc, Pierferdinando Casini. Che inizia proprio rivolgendosi a Fini: “Dissento da ciò che ha detto Di Pietro, ma le ricordo che i parlamentari non possono essere sindacati nelle loro opinioni. Anche perché sarebbe un precedente pericoloso”.

“Una scivolata provocata dal fatto che è la prima volta per lui, non voglio pensare che è un istinto per il partito cui è appartenuto”, commenterà alla fine l’ex pm. “Non voglio criminalizzare un comportamento che è stato un errore di conduzione. Una seconda chanche non si nega a nessuno”.

L’interessato, in Transatlantico, cerca di chiudere la questione. E si trincera dietro un no comment. E ai cronisti che gli chiedono una opinione sulle affermazioni di Casini replica: “Lei da quanto tempo sta qua? Perchè fa domande fuori luogo…le pare che io esco fuori per commentare?”.

ANPI e Miami & the Groovers

Con il patrocinio del Comune di Rimini e la partecipazione dell’ANPI Rimini, Sabato 17 Maggio alle ore 21, Miami & the Groovers presenteranno al Teatro degli Atti (Via Cairoli 42, Rimini centro) il loro nuovo disco “Merry go round”.
Il nuovo album sta riscuotendo una grande attenzione dai media del settore e dagli addetti ai lavori, oltre al pubblico sempre crescente che segue Miami & the Groovers.

Un disco che la rock band riminese ha registrato in Italia e masterizzato in Canada, con 11 brani originali, con radici profonde nel rock americano alla Springsteen, con influenze folk-rock alla Dylan e la potenza e la sfrontatezza dei Clash, del primo Elvis e degli Who.
La band ha collaborato in questo nuovo disco con artisti americani prestigiosi come Bill Toms, Jono Manson, Ron Lasalle, Joel Guzman (già collaboratore dei Los Lobos e di Joe Ely), Phil Brontz, Erin Sax Seymour e molti altri.

Sabato prossimo la band sarà sul palco al gran completo, inoltre intereverranno alcuni ospiti tra cui l’attore teatrale Antonio Vanzolini che farà un intervento leggendo alcuni testi in italiano tratti da Merry go round.
La band ha ricevuto recentemente diversi attestai di stima da artisti come Michael McDermott, Joe D’Urso, Southside Johnny, Gang, Graziano Romani ed a breve fisseranno alcune date negli Stati Uniti per fine Ottobre.
Una occasione imperdibile per tutti coloro che amano la musica “on the road”, per una notte piena di rock’n’roll.

Inizio del concerto alle ore 21, ingresso a 6 euro.
Info: www.miami-groovers.com – 348.7967063

 

10.000 in corteo a Verona per ricordare Nicola

E’ partito dalla stazione Porta Nuova di Verona il corteo, «Per sconfiggere l’intolleranza, il razzismo», indetto dall’Assemblea cittadina per ricordare l’uccisione di Nicola Tommasoli. E’ aperto dallo striscione: «Nicola è ognuno di noi», ed è composto innanzitutto da realtà cittadine, centri sociali, associazioni, singoli cittadini, seguiti da alcune organizzazioni di immigrati, dai collettivi universitari, Anpi, Arcigay e Arcilesbica, Emergency e chiuso dalle forze politiche, Rinfondazione Comunista, Pdci, Sinistra Democratica, Sinistra Critica.

Una manifestazione che chiede a chi amministra la città, di non minimizzare le aggressioni e le violenze che avvengono in città, derubricandole a semplici liti o zuffe. Si denuncia il fatto che enti pubblici abbiano finanziato e patrocinato iniziative culturali e politiche di destra; si chiedono le dimissioni della Giunta veronese e del sindaco Flavio Tosi. I megafoni scandiscono: «Verona ha bisogno di pace, di comunicazione tra le persone, questa manifestazione serve a svegliare una città che troppe volte ha girato la testa, prendiamo la parola per una Verona libera dalla paura e dai fascismi, esiste una Verona coraggiosa, aperta, indignata».

Nei pressi di Porta Leoni, dove Nicola è stato aggredito, il corteo si è fermato: fermi gli slogan e la musica per osservare un minuto di silenzio. La manifestazione riparte alla volta di piazza Dante. Vengono distribuiti volantini con la lista delle aggressioni avvenute in città dal 2001 ad oggi, e l’appello lanciato dai genitori di Nicola contro la violenza, che dice:«Esortiamo giovani e studenti a non ascoltare le sirene che predicano i non valori, come prevaricazione e violenza» e continua «Vita vuol dire sacrificio per arrivare alla convivenza civile con l’altro anche se sconosciuto, bisognoso e straniero, solo così il nostro amato Nicola non sarà morto invano».

Anche il questore della città, Vincenzo Stigone, ha ricordato Nicola intervenendo oggi alla cerimonia per il 156esimo anniversario della fondazione della Polizia, «Un anno di grandissimo impegno costellato di importanti risultati che ci hanno ricompensato di grandi sacrifici profusi ma un anno anche difficile, con situazioni particolarmente complesse e delicate, che hanno tenuto spesso col fiato sospeso, specie in questi ultimi tempi. Un anno molto doloroso per i fatti accaduti recentemente che ci hanno profondamente colpito e amareggiato: la vicenda del povero Nicola, uno di quei casi che entra in profondità per non farsi più dimenticare». E ha aggiunto: «L’ho detto diverse volte, in altre città, lo ripeto oggi: se si eccede con la tolleranza, con l’indulgenza, non c’è da meravigliarsi che vi possa essere un crescendo di reati sempre più gravi».