Associazione Nazionale Partigiani d'Italia
L'adesione del senatore Zavoli
Abbiamo ricevuto in eredità un patrimonio civile e spirituale nato da una realtà che conobbe i sacrifici, le paure, i coraggi delle donne, dei fanciulli, dei vecchi, dei malati, uniti nella sopportazione del dolore e nella scoperta della solidarietà. Quell'afflizione si accompagnò a un movimento popolare di rivolta che - sono parole di Ferruccio Parri, il partigiano “Maurizio”, primo presidente del Consiglio dell'Italia libera – “impedì all'Italia di accettare la sua libertà semplicemente dagli stranieri”. Per lo stesso motivo, Benedetto Croce aveva auspicato, e proposto, che una legione di volontari combattesse, come i garibaldini, insieme con le forze alleate e i reparti dell'esercito italiano che via via si aggregavano all'avanzata degli eserciti liberatori risalenti la Penisola. Quell'avanguardia della libertà, lasciando la vita sui sagrati, contro le mura, sulle montagne, nei borghi, per le vie di paesi e città, dopo aver conosciuto nelle prigioni lo strazio della tortura, restituiva all'Italia il diritto di scegliere, per tutti, l'identità storica, civile e politica del suo riscatto.
Dobbiamo a loro la rinascita della Patria, il compiersi del Risorgimento, la Repubblica e il testo ordinatore di una società libera e garante dell’equità degli ordinamenti: la Costituzione, spirito e norma, vincolo civile, morale ed etico di una nazione decisa a condividere un destino scelto da cittadini consapevoli dei diritti e dei doveri cui dover ispirare la vita della comunità, che vuol dire mettere in comune, nel confronto democratico delle opinioni, la buona e la cattiva sorte del Paese. Ciò voleva
dire educare ai principi, ai diritti, ai costi, in definitiva ai compiti della libertà, la parola più alta restituita a tutti perché venisse pronunciata per tutti: una parola che vive dentro e fuori di noi quand’anche non ci si accorga della sua presenza; una parola che è come l’aria, la quale ci tiene in vita, si può dire, quasi a nostra insaputa, chiunque siamo e dovunque stiamo. È una parola che va detta e udita in nome della trasparenza che essa esige, così semplice, così contesa e così solenne che si stenta a ripeterla senza qualche emozione; ma è la prima a dar vita alle nostre speranze di non venire sconfitti dalle nostre sordità o dalla nostra rassegnazione. Pronunciamola, dunque, dandole un fondamento comune. È la sola che nessuno può pronunciare solo per se stesso. È la parola nel cui nome il dottor Albert Schweitzer, premio Nobel per la pace, congedandomi dal famoso lebbrosario di Lambaréné, disse: «Fino a quando non diremo cose che a qualcuno dispiaceranno non diremo mai, per intero, la verità».








