Festa ANPI Toscana

LA RESISTENZA CONTINUA : Difendere e Attuare la Costituzione (Firenze – Teatro Saschall – 10/11/12 ottobre 2008)
Venerdì 10 ottobre

ore 17:30 auditorium INAUGURAZIONE
Presenta la Manifestazione
Vittorio Meoni – Presidente Regionale ANPI
Silvano Sarti – Presidente Provinciale ANPI Firenze
Saluti delle Autorità
Leonardo Domenici – Sindaco del Comune di Firenze
Matteo Renzi – Presidente della Provincia di Firenze
Claudio Martini – Presidente della Regione Toscana
Interventi di
Oscar Luigi Scalfaro Presidente emerito della Repubblica
Raimondo Ricci Vicepresidente Vicario Nazionale ANPI
ore 20:00 auditorium Proiezione «Discorso di Calamandrei agli studenti milanesi»
ore 21:00 auditorium Spettacolo «Storie di Villa Triste» (Il processo alla Banda Carità)
Compagnia teatrale «TEATRI D’IMBARCO» ore 22:30 auditorium Spettacolo
BOBO RONDELLI in concerto

Sabato 11 ottobre
ore 9:30 auditorium Incontro con gli studenti dedicato alle classi delle Scuole Medie Superiori «Conoscere la Costituzione nata dalla Resistenza»
Interventi di
Salvatore Tassinari – Docente filosofia
Ivano Tognarini – Istituto Storico della Resistenza
Alessandro Nencini – Magistrato
ore 9:30 saletta Incontro con i Dirigenti scolastici «L’importanza di insegnare la Costituzione agli studenti»
Interventi di
Prof. Andrea Manzella – Costituzionalista
Ugo Caffaz – Ass.to Pubblica Istruzione Regione Toscana
ore 12:30 saletta Proiezione «La strage di S.Anna di Stazzema»
Intervento sul falso storico nel film di Spike Lee
Giovanni Cipollini – Docente
ore 14:30 saletta Incontro e proiezione su
«Donne protagoniste dalla Resistenza alla Costituzione»
«Coscienza di sole – da sudditi a cittadini» di Alessandra Povia Zani
Interventi di
Mirella Vernizzi e Didala Ghilarducci – Partigiane
ore 15:00 auditorium Laboratorio «Fascismo Resistenza Costituzione: il peso della memoria»
Relatori
Raimondo Ricci – Vicepresidente Vicario Nazionale ANPI
Nicola Tranfaglia – Storico
Sandra Landi – Docente
ore 16:30 saletta Presentazione libro «Cefalonia settembre 1944»
Incontro con l’autore Enrico Solito ore 17:30 saletta Laboratorio
«Diritti Uguaglianza Lavoro»
Relatori
Piero Amerio – Università di Torino
Piergiovanni Alleva – Diritto del Lavoro
Paolo Cocchi – Assessore Regionale
ore 20:00 saletta Proiezione «Proiezione diapositive sui campi di sterminio» A cura di Mauro Baldi – ANPI Pistoia
ore 21:00 saletta Proiezione
«La scelta – Un viaggio nella memoria» di Alessandra Povia Zani
«Donne nella Resistenza» di Liliana Cavani
ore 21:00 auditorium Concerto
«Notte Antifascista» con i gruppi toscani
Tenedle – rivisitazione brani della Resistenza e lettere dei
condannati a morte (Bagno a Ripoli)
Clever –Indie Rock (Firenze)
The Rent – New brit rock’n’roll (Firenze)
Apuamater – Folk apuano d’azzardo (Massa)
Scritti Corsari – Folk-rock tra memoria e suggestioni (Pisa)
Banda K100 – Canti di lotta dal Cantiere Sociale Camilo
Cienfuegos (Campi Bisenzio)
Malasuerte FI SUD – ska, rock punk – suona e parla di
solidarietà, lotte e diritti (Firenze)

Domenica 12 ottobre
ore 9:30 saletta Incontro
Assemblea nazionale dei
«Comitati Difesa Costituzione» ore 10:30 auditorium Incontro
«Dai Partigiani ai giovani: la Resistenza continua»
Interventi di
Raimondo Ricci – Vicepresidente Vicario Nazionale ANPI
Silvano Sarti – Presidente Provinciale ANPI Firenze
Enzo Collotti – Scrittore
ore 12:00 saletta Presentazione libro
«La Chiesa, la pace, la guerra nel ‘900»
Incontro con l’autore Daniele Menozzi
ore 14:30 auditorium Concerto
Gruppo musicale «IL CONTEMPORANEO»
ore 15:30 auditorium Laboratorio
«Guerra e Pace»
Relatori
Lidia Menapace – Giornalista
Domenico Gallo – Costituzionalista
Carlo Garbagnati – Vicepresidente Emergency
Daniele Menozzi – Storico
ore 18:00 auditorium Chiusura lavori
«ANPI nuovo soggetto politico
per la difesa della Costituzione»
Ferruccio Paolini – Consigliere Nazionale ANPI
Silvano Sarti – Presidente Provinciale ANPI Firenze
Laura Remaschi – Iscritta ANPI
Conclusioni di Raimondo Ricci
ore 20:00 auditorium Proiezione
«Firenze 17 luglio ‘44» in ricordo di Bruno Fanciullacci
Introducono
Ivano Tognarini – Storico
Daniele Lamuraglia – Regista
ore 21:30 auditorium Concerto
«La Banda Tom e altre storie partigiane»
Gruppo musicale «YO YO MUNDI»
In saletta durante gli intervalli del sabato e della

Fascisti all’università

Dieci manifesti che inneggiano al fascismo scatenano la polemica all’università Cattolica. Immagini di croci celtiche, manifestazioni di estrema destra e soldati in trincea durante la Seconda guerra mondiale sono esposte nel chiostro bramantesco in cui si radunano gli studenti durante il cambio delle lezioni. Sono firmati dal Cuib, il Comitato universitario iniziative di base, un gruppo vicino a Forza Nuova, e riportano il timbro di autorizzazione dell’ateneo.

«È un fatto grave — attaccano i ragazzi della lista di sinistra — scriveremo alla direzione di sede per chiedere spiegazioni». Le foto, che il 7 ottobre sono state vagliate e approvate dalla direzione dell’ateneo, sono esplicite. Un manifesto riporta la scritta “La scelta di una vita” sopra la fotografia di una manifestazione con bandiere nere con il simbolo delle croci celtiche. Un altro — che qualcuno ha poi tolto nonostante avesse il timbro dell’ateneo — ritrae soldati in divisa fascista sotto lo slogan “Arrendersi? Mai. 8 settembre 1943”, un chiaro riferimento al proclama Badoglio e all’armistizio con gli americani. E ancora frasi come “Militanza, comunità e goliardia”, “Risonanze nere senza ipocrisie”, “Un nuovo anno in trincea” e “Matricola: la destra radicale ti saluta”.

«La Cattolica ha dato il suo ok, non vedo quale sia il problema — spiega Angelo Balletta, uno dei responsabili del Cuib — Non c’è alcun riferimento al fascismo e le croci celtiche non sono vietate, tranne che allo stadio. Questi manifesti esprimono le nostre idee in maniera del tutto tranquilla, non vogliamo offendere nessuno». Non la pensano allo stesso modo gli studenti di Unità lotta e democrazia, con il responsabile Gabriele Pieroni che attacca: «Questa è apologia di fascismo. E la cosa grave è che la Cattolica permetta l’affissione di queste immagini. Dopo anni di tensioni fra i gruppi studenteschi siamo arrivati a un accordo per cui nessuna lista può strappare i cartelloni degli altri. La decisione spetta all’ateneo che però si sta dimostrando molto tollerante verso qualcuno, meno verso altri». In particolare con loro, dice, ricordando quando l’università chiese di togliere la fotografia del Papa con un preservativo.

Dalla Cattolica non arriva alcuna spiegazione, solo una specificazione: il contenuto dei volantini appesi sui muri — controllati e fotografati uno a uno — non esprime la posizioni dell’� ateneo ma quelle degli studenti, che hanno la piena libertà di affissione purché il contenuto dei manifesti non sia “offensivo o penalmente rilevante”. Ma in questo caso il confine con il penalmente rilevante è davvero labile. Anzi, per la sinistra è stato abbondantemente superato. Un anno fa, quando il Cuib si è costituito — all’indomani della protesta contro Romano Prodi quando si erano visti saluti romani nel chiostro — l’Uld aveva scritto una lettera alla direzione per segnalare «la formazione di un gruppo di estrema destra all’interno dell’università — continua Pieroni — All’� inizio i loro manifesti erano solo allusivi, ora sono diventati espliciti».

Non condividono il contenuto dei cartelloni neanche quelli di Ateneo studenti, la lista di Comunione e liberazione. «Non siamo d’a ccordo — dice Stefano Vismara, il responsabile — ma la direzione non li ha ritenuti particolarmente offensivi. A questo livello lo scontro non ci interessa».

Calcio fascista

SOFIA – Arrivano gli ultras italiani a Sofia, e sale la tensione attorno a Bulgaria-Italia. Prima una rissa appena sfiorata in un bar del centro, poi il tentativo di scontro con i tifosi locali all’interno dello stadio frenato dall’ingresso delle forze di polizia bulgare in assetto antisommossa. Il tutto tra canti del ventennio fascista e un corteo nelle strade che conducono al Levski Stadium scandito da “Duce Duce”. E soprattutto lo stupore dei bulgari, che avevano accolto con calore la nazionale campione del mondo.

Le immagini

Il gruppo di oltre cento tifosi organizzati al seguito della nazionale è parte dello stesso che segue gli azzurri da due anni, ovvero da dopo la fine del Mondiale. Il Viminale li conosce bene, si tratta di ultras della destra provenienti da diverse città, specie del nord-est. Questa volta si sono aggiunti anche tifosi provenienti da Napoli. E a provocare le tensioni della giornata sono stati anche il gemellaggio di questo gruppo con la tifoseria del Levski Sofia, tradizionalmente collocata a destra, e il confronto con i “rivali” del Cska, tifoseria di sinistra. Sarebbe questo, secondo alcuni testimoni, il motivo che ha fatto scattare la rissa all’interno del bar del centro di Sofia: italiani e sostenitori del Levski contro ultras del Cska. Rapido l’intervento della polizia locale, così si è evitato il peggio: nessun ferito e nessun fermo.

Poi, il plotone italiano è andato allo stadio a piedi, scortato da una moto della polizia e alcuni agenti: e durante il percorso è stato un miscuglio di cori calcistici, di ricordi per Gabriele Sandri, il tifoso della Lazio ucciso da un colpo di pistola di un agente di polizia italiano, e soprattuto di “Faccetta Nera”, “Duce Duce” e altri cori fascisti.

A chiudere, all’arrivo allo stadio, l’ingresso nel settore loro riservato e subito il tentativo d’assalto agli spettatori bulgari. Un gruppo di italiani ha percorso tutti i gradoni cinghie dei pantaloni in mano, è arrivato fino alla cancellata che delimita il settore e ha cominciato a menar fendenti e a tirare oggetti dall’altra parte. La tensione è stata molto alta per alcuni secondi, prima che una trentina di poliziotti con caschi, corpetti e manganelli entrasse e riportasse con calma indietro i sostenitori italiani. Uno striscione degli italiani sarebbe stato sottratto dai bulgari, di certo quando la calma è stata ristabilita gli ultras Italia hanno tolto i loro tricolori con i nomi di diverse città di provenienza, alcuni in caratteri celtici.

La Federcalcio ha poi precisato di aver venduto 144 biglietti a tifosi italiani per quel settore, dopo aver girato al ministero dell’Interno nomi e dati anagrafici dei titolari della richiesta e dopo averne ricevuto indietro il nulla osta. Da quel momento, gli Ultras Italia sono passati sotto il controllo della polizia locale. Domenico Mazzilli, responsabile della sicurezza della nazionale azzurra, e Roberto Massucci, suo vice, hanno offerto il loro supporo alla polizia bulgara.

La trasferta italiana, iniziata sotto i migliori auspici, con i locali ben disposti sia rispetto alla squadra che alla tifoseria, ha preso tutta un’altra piega. A cominciare dagli inni nazionali, con i tifosi di casa pronti a fischiare “Fratelli d’Italia”.

Intervista ad Renzo Ulivieri

Lui non ne vorrebbe proprio parlare.Sollecitato,lo fa quasi con difficoltà,quasi con pudore. “Lui” è Renzo Ulivieri,presidente dell’Associazione allenatori,che un gruppo di tifosi di estrema destra (gli “Ultras Italia”) ha ripetutamente insultato -perché “comunista”- ieri sera nello stadio di Sofia,dove si giocava Bulgaria-Italia. Gli stessi tifosi che hanno intonato cori e slogan fascisti,salutato il pubblico con il braccio teso e sono stati caricati dalla polizia per evitare scontri con gli ultras bulgari.Una giornata di ordinaria vergogna per il calcio.5 italiani sono stati fermati per aver bruciato una bandiera bulgara.

“Non meritano alcuna considerazione”,ci dice Ulivieri. “Agli insulti che mi hanno rivolto (e che purtroppo non sono una novità) non dò alcun peso. L’esibizione di simboli e atteggiamenti fascisti mortifica l’immagine del nostro Paese e di un calcio che sta cercando di lanciare messaggi positivi. Purtroppo è vero: per ignoranza,per superficialità,perché tira un “vento” di cosiddetta pacificazione,che poi diventa un che di indistinto che tutto accomuna (per esempio i ragazzi di Salò e i partigiani),si tenta di riscrivere una storia che va invece ricordata e studiata nelle sue differenze. Anche gli stadi,prosegue Ulivieri, sono andati via via politicizzandosi.E se a Livorno “quelli di sinistra” fanno folklore,il tifo di destra spesso è quello che porta sulle gradinate slogan e comportamenti violenti.”

Cosa si può fare,cosa deve fare -per esempio- il calcio?
Il calcio è di per sé luogo di socializzazione e di integrazione.Pensate al lavoro dell’allenatore,soprattutto nei vivai,nel mondo del dilettantismo: ogni giorno per ore e ore a contatto con questi ragazzi,spesso di provenienze assai diverse. Una sorta di “maestro”,cui tocca  il compito, assai delicato se ci pensate, di insegnare schemi e comportamenti in campo,ma soprattutto di inculcare il rispetto dell’avversario,favorire l’integrazione anche di chi ha lingua,cultura e colore della pelle diversi. Splendido esempio,in questo senso,è il napoletano Santacroce che è in questa spedizione azzurra.

Poi però c’è Abbiati che,se pur con grandi distinguo col passato, si dice fascista
“A prescindere dal fatto che la sua presa di distanza dal razzismo,dalle deportazioni,dalla violenza omicida contro gli oppositori,mi fa chiedere cosa resta  poi del fascismo ai cui valori si dice legato, devo sottolineare con preoccupazione come lo stadio resti sempre il palcoscenico scelto dalle frange estreme del tifo per le loro squallide esibizioni.Spero,come ha detto il presidente Abete,che si possano identificare i più facinorosi e impedire così il  ripetersi di giornate,queste sì, “nere” come quella di Sofia.Il nostro Paese vive un momento di grandi difficoltà e di grandi incertezze. Il calcio,soprattutto quello di primo piano, col suo impatto mediatico -conclude Ulivieri- non può non giocare con grinta  la sua difficile partita per dare segnali forti e positivi emarginando chi fa della violenza fisica e verbale il suo credo”

8 SETTEMBRE 1943 LA STORIA DIMENTICATA

Coloro che credevano che l’antifascismo non avesse più ragione d’essere, dovranno ricredersi. Un Ministro e un Sindaco di questo Governo, militanti ieri del movimento sociale, poi d’alleanza nazionale, hanno affermato che non fu il fascismo il male assoluto ma, le leggi razziali. La storia e troppo recente perché si possa impunemente adoperare per crearsi un alibi, le leggi razziali sono state volute, firmate e imposte, dalla dittatura Fascista. Si cerca di fare apparire il Fascismo come il male minore ma, e stata una dittatura che sì e macchiata di delitti orrendi, in Italia, e in varie parti del mondo. Non si possono dimenticare i massacri in Libia, in Etiopia, in Eritrea in Iugoslavia, Grecia, Albania, prima e durante la seconda guerra mondiale. La presa del potere in Italia e avvenuta con le distruzioni di cooperative, delle camere del lavoro, di circoli ricreativi Repubblicani, Socialisti, Liberali ecc. Ogni incursione delle squadracce nere, significava morte e distruzioni. Tutto avveniva con la protezione e l’indifferenza di chi doveva proteggere i cittadini inermi. Molti oppositori al Regime Fascista, Politici, sindacalisti, semplici lavoratori, insegnanti, intellettuali ecc sono stati uccisi, oppure cacciati dal lavoro. Molti sono riusciti espatriare in paesi democratici, ed esercitare i più strani e pesanti lavori per vivere e quando fu il momento molti di loro combatterono nella guerra di liberazione in Spagna. Chi osava votare contro il fascismo era prelevato dal seggio e massacrato di botte. Ma poi anche questo oramai limitato strumento di democrazia venne definitivamente abolito. Dal 5 Novembre 1926, data della sua istituzione, al 25 Luglio 1943, e rimasto in attività il Tribunale Speciale. I condannati sono stati 4600 per oltre 28.000 anni di carcere. Senza vergogna e pudore, uomini politici di destra, cercano di contrabbandare i combattenti e i morti della Repubblica Sociale Italiana, chiamata di Salò, come morti per difendere la Patria, al pari dei caduti Partigiani. Il solo pensarlo e un insulto ai Partigiani vivi e morti. I morti certamente sono tutti uguali ma, le ragioni e il fine sono enormemente diverse. I Repubblichini di Salò combattevano per perpetuare una dittatura crudele e sanguinaria. Il loro esercito era formato da giovani chiamati a svolgere il servizio militare tramite una leva imposta. Chi non si presentava, ed era scoperto, era fucilato come renitente. Molti giovani civili e militari, arrestati dai Tedeschi che avevano invaso l’Italia dopo l’otto Settembre 1943, anno preferito essere deportati in Germania piuttosto che aderire alla Repubblica di Salò. Le formazioni combattentistiche della Resistenza, erano tutte formate da giovani volontari che anno lasciato la famiglia, gli affetti più cari, e il lavoro per darsi alla clandestinità. Combatterono, e molti morirono, per contrastare, per riscattare le vergogne, i massacri, le distruzioni perpetrate dai Nazifascisti, e per fare dell’Italia un paese libero e democratico. Un appello vorrei rivolgere ai giovani, raccogliete le gloriose bandiere della resistenza, le nostre braccia vecchie e stanche, anno bisogno di un ricambio generazionale. Sono bandiere gloriose, portatrici di valori universali, come Libertà, Democrazia, uguaglianza e solidarietà Iscrivetevi all’Associazione Partigiani, siate i fautori di una nuova Resistenza, il baluardo contro da chi vuole umiliare la Costituzione e togliervi la libertà.

L’ANPI PROVINCIALE DI RIMINI SCONFESSA GIAMPAOLO PANSA

Pansa, non è amico dei Partigiani, pensa e scrive con l’intento di screditare la Lotta di Liberazione e di calunniare nel suo insieme la Resistenza.

Io ritengo che se fosse un bravo storico, e non un giornalista fazioso, sarebbe stato in grado di giudicare gli avvenimenti da lui raccontati nei sui libri con maggiore accuratezza e imparzialità, analizzando testimonianze e fonti in maniera obiettiva. In tal modo, si sarebbe accorto che, laddove si sono manifestate deviazioni e zone oscure, le stesse hanno riguardato esclusivamente violenze personali e delitti privati, commessi all’insaputa del Comitato di Liberazione Nazionale. Sporadici episodi di vendetta, condannati poi dall’ANPI, furono compiuti, durante e al termine della guerra, da singoli individui che agirono assolutamente di propria iniziativa, sull’onda del rancore generato dai torti e dai soprusi subiti durante l’occupazione fascista.

Credo che Pansa farebbe meglio a documentarsi con maggior precisione sui cruciali avvenimenti che seguirono l’8 settembre ’43. L’armistizio provocò inizialmente un’ondata di caos e sbandamento in tutto il Paese a cui, però, fecero seguito da un lato la nascita della Repubblica Sociale di Salò che adunò fascisti, simpatizzanti e incerti; dall’altro l’organizzazione da parte di tutte le forze antifasciste che dettero vita al Comitato di Liberazione Nazionale e alla mobilitazione di tutti coloro che credevano nella libertà e nella giustizia.

Allora, tutti eravamo a conoscenza della situazione che si era venuta a creare, specialmente dopo la chiamata alle armi delle classi 1924 e ’25,  e il momento richiedeva una scelta che fu deliberata, libera e consapevole.

A distanza di 60 anni, è opportuno continuare ad analizzare i fatti con sempre maggiore obiettività, ma taluni vorrebbero addirittura equiparare la RSI alla Resistenza, affermando che anche i repubblichini combatterono per l’onore della Patria, forse dimenticando che, mentre i loro leader si macchiarono di orrendi crimini razzisti, la Resistenza fu un atto di riscatto dalla dominazione nazi-fascista e una coraggiosa affermazione  dell’identità nazionale.

Non trascuri, dunque, Pansa che proprio grazie alle azioni dei Partigiani, al fianco dell’esercito alleato, l’Italia potè, riabilitarsi da nazione perdente a nazione libera e democratica.

 

 

Il Presidente del comitato provinciale ANPI di Rimini

Comunicato Stampa ANPI Nazionale

Nato a Torino il 18 settembre 1910, morto a Formia il 19 ottobre 2008, laureato in giurisprudenza, dirigente socialista e sindacale.

Dopo la laurea in giurisprudenza, conseguita all’Università di Torino nel 1931, matura un particolare interesse per gli studi economici. Amico di Leone Ginzburg, nel 1933 si avvicina al gruppo antifascista di “Giustizia e Libertà” e collabora, con lo pseudonimo di Emiliano, agli omonimi quaderni che Carlo Rosselli pubblica a Parigi.
Nel maggio del 1935, denunciato dall’agente dell’OVRA Dino Segre (noto, col nome di scrittore, come Pitigrilli), Foa è arrestato con altri sei antifascisti e deferito al Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Quei giudici – considerando un’aggravante che egli, in alcuni articoli economici, avesse chiarito che, sotto lo schema corporativo del regime fascista, in realtà si celava la subordinazione dello Stato ai grandi gruppi di potere finanziari e industriali – furono con Foa particolarmente duri. Lo condannarono infatti a quindici anni di carcere. Era il febbraio del 1936 e il giovane antifascista passò otto anni nelle celle dei penitenziari di Roma, Civitavecchia e Castelfranco Emilia. Fu scarcerato dopo la caduta di Mussolini, ma occorsero gli scioperi di Milano e Torino e le pressioni dei commissari delle Confederazioni sindacali, Buozzi e Roveda, su Badoglio, prima che il governo del generale lasciasse tornare in libertà Foa e gli altri antifascisti. Così Foa passa, dal carcere, all’illegalità nella Resistenza.
Rappresentante del Partito d’Azione nel CLN del Piemonte, rappresenta poi il suo partito nel Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, occupandosi tra l’altro, della stampa clandestina e scrivendo di riforme economiche e sociali e di democrazia operaia. Dopo la Liberazione, è membro della Direzione del PdA e deputato alla Costituente, dando un determinante contributo alla stesura degli art. 39 e 40 della Costituzione, sulla libertà di organizzazione sindacale e sul diritto di sciopero.
Nel 1948 entra nella CGIL con incarichi di direzione all’Ufficio economico. Deputato socialista per tre legislature, nel 1955 Vittorio Foa diventa segretario nazionale della FIOM. Due anni dopo entra nella Segreteria della CGIL.
E’ nel 1970 che Foa decide di lasciare gli incarichi sindacali, per dedicarsi agli studi. Insegna Storia contemporanea nelle Università di Modena e di Torino, ma non si estrania dalla vita politica. Dal 1987 al 1992 è senatore, eletto nelle liste del PCI e poi del PDS come indipendente. Tra i suoi tanti scritti vale ricordare: La cultura della CGIL-Scritti e interventi 1950-1970 del 1984, Il Cavallo e la Torre. Riflessioni su una vita del 1991, Questo Novecento del 1996, Lettere della giovinezza. Dal carcere 1935-1943 del 1998.
Negli ultimi anni Foa ha stabilito il suo domicilio in provincia di Latina, a Formia, con Sesa Tatò, che ha sposato dopo che per molti anni è stata sua compagna. L’11 agosto del 1998, il Consiglio comunale di Formia ha conferito, all’unanimità, a Vittorio Foa la cittadinanza onoraria “per meriti civili e culturali”.
La notizia della morte di Vittorio Foa è stata data, d’intesa con la famiglia, dal segretario del Partito democratico Walter Veltroni. «È un immenso dolore per noi, per il popolo italiano, è un immenso dolore per gli italiani che credono nei valori di democrazia e libertà, per l’Italia che lavora, per il sindacato a cui Vittorio Foa ha dedicato la parte più importante della sua vita», ha dichiarato Veltroni in una nota. «È un dolore per me personalmente perchè Vittorio Foa incarnava ai miei occhi il modello del militante della democrazia, un uomo con una meravigliosa storia di sofferenza, di lotta e di speranza, un uomo della sinistra e della democrazia, mosso da un ottimismo contagioso e da un elevatissimo disinteresse personale», ha sottolineato ancora. «A Sesa, ai figli ci stringiamo con affetto. Penso che tutto il paese senta Vittorio Foa come uno dei suoi figli migliori», ha concluso il segretario del Pd.
Del cordoglio del paese si è fatto interprete il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. “Partecipo con profonda commozione personale al generale cordoglio per la scomparsa di Vittorio Foa. Egli è stato senza alcun dubbio una delle figure di maggiore integrità e spessore intellettuale e morale della politica e del sindacalismo italiano del Novecento. La sua dedizione alla causa della libertà, cui pagò da giovanissimo un duro prezzo nelle carceri fasciste, la sua partecipazione alla Resistenza, il suo appassionato e illuminato impegno nell’Assemblea Costituente e nel Parlamento repubblicano, la sua piena identificazione – da combattivo dirigente della CGIL e da studioso – con il mondo del lavoro, gli hanno garantito un posto d’onore nella storia dell’Italia repubblicana. Egli ha dato prove esemplari del suo disinteresse e del suo rigore e ha vissuto i suoi ultimi anni con riserbo e sobrietà, rompendo in rare occasioni il silenzio per trasmettere messaggi sempre lucidissimi di fede nei valori democratici e costituzionali. Anche per il lungo rapporto di fraterna amicizia e di vivissima stima che a lui mi ha legato, mi associo con affetto al dolore dei famigliari e di quanti gli sono stati più vicini”.
A sua volta Vannino Chiti, vice presidente del Senato, ha affermato: “A Foa abbiamo guardato come ad un esempio luminoso”…” alla sua lucidità di pensiero, alla sua vita esemplare colma di battaglie in difesa della democrazia e della pace, dei valori fondanti della Repubblica e della Costituzione, del lavoro e della giustizia sociale”. Gianfranco Rotondi – ministro per l’Attuazione del programma – ha a sua volta affermato: “E’ un giorno di lutto per l’Italia. Se ne va uno degli uomini che hanno segnato la storia culturale della sinistra nel nostro Paese”.

Onori alla Rsi a Duno, insorgono i partigiani

Una messa con rievocazione per i caduti della Repubblica Sociale Italiana, lo stato fascista alleato con Hitler. Non in un luogo qualunque, ma a Duno, alle pendici del Monte San Martino, dove nel novembre 1943 la resistenza italiana combatté la prima battaglia, e dove furono catturati e poi fucilati 35 partigiani. La rievocazione repubblichina è prevosta per il 25 ottobre ed è stata organizzata dalla sezione Valcuvia de La Destra , il partito di Storace. L’iniziativa  ha provocato una protesta delle associazioni partigiane Anpi, Fivl, e Fiap. “Vogliamo impedirla – dice senza mezzi termini Angelo Chiesa dell’Anpi (foto) – fare una rievocazione repubblichina in un luogo sacro della resistenza è una provocazione, la facciano da un’altra parte”. I partigiani hanno scritto al Prefetto e al Questore. Alla richiesta delle assocazioni dei combattenti si aggiunge anche un appello dei sindacati Cgil Cisl Uil. Sembravano sepolte le polemiche sulla resistenza, e invece ecco che ritornano a distanza di tanti anni. “Non abbiamo fatto nulla di scandaloso» sottolinea Fabio Castano, il segretario provinciale del movimento di destra. Le ragione della rievocazione, le spiega nel dettaglio, Ivan Albertini, responsabile dell’Alto Varesotto, spiega che “è solo una messa, ma non abbiamo scelto il sacrario del monte San Martino, bensì il monumento ai caduti di tutte le guerre che c’è nel paese di Duno. Abbiamo scelto quel paese, perché è quello dove abbiamo raccolto più voti percentuali alle ultime provinciali”. Angelo Chiesa è indignato e ricorda che in quella battaglia morirono solo partigiani. Albertini, invece,  aggiunge anche una sua rievocazione storica delle resistenza in Valcuvia: “Volevamo anche celebrare i caduti della Rsi nella battaglia del San Martino, ci fu infatti una camionetta che fu mitragliata mentre saliva al Monte, sei morti che non sappiamo neanche dove furono sepolti; avevamo contattato i parenti, ma non si sono voluti esporre. Li capisco, però aggiungo che non abbiamo contattato Forza Nuova o altre frange estreme, per non esasperare gli animi – continua l’epsonente de La Destra – vogliamo solo celebrare tutti i caduti e ricordare che la battaglia del San Martino ebbe origine da due uomini asserragliati al San Martino che andarono a fare una rapina a Mesenzana, uccidendo un tenente della Wehrmacht, che era nipote di Goering”.
I partigiani, però non accettano revisionismi. “Organizzare in questa località una simile manifestazione – scrivono in una nota – non è solo una grave offesa alla memoria di quanti hanno combattuto e sono caduti per la libertà ma un deliberato disegno provocatorio nei confronti dei familiari, delle Associazioni democratiche e antifasciste, del Comitato provinciale per le onoranze ai caduti del San Martino, delle Istituzioni democratiche che ogni anno ricordano la gloriosa pagina della battaglia del San Martino”.

Sentenza storica della Cassazione

ROMA – La Germania dovrà risarcire nove familiari delle vittime della strage di Civitella, Cornia e San Pancrazio in provincia di Arezzo, dove il 29 giugno 1944 i nazisti uccisero 203 persone tra uomini, donne e bambini. Lo ha stabilito la Cassazione respingendo il ricorso con il quale la Germania contestava di poter essere chiamata a risarcire danni a suo avviso già ‘coperti’ dal trattato del 1947 e dagli accordi di Bonn del 1961. La decisione apre la strada a circa 10.000 cause di vittime del nazismo.

I giudici della prima sezione penale della Suprema corte, dopo diverse ore di camera di consiglio, hanno di fatto condiviso le conclusioni del sostituto procuratore generale Roberto Rosin che aveva chiesto di respingere il ricorso e confermare la condanna della Germania “in solido” con l’ex sergente Max Josef Milde.

Milde è stato condannato all’ergastolo, nel dicembre 2007, per la strage del ’44 i nazisti uccisero 203 persone tra uomini, donne e bambini. Tra le vittime anche il parroco di Civitella, don Alcide Lazzari, al quale è stata poi conferita la medaglia d’oro al valore civile. Alcune delle donne vennero anche violentate prima di essere uccise. Già i magistrati militari, oltre a condannare Milde, avevano previsto per i nove familiari costituiti parte civile nel processo un risarcimento complessivo di un milione di euro. Si tratta dei parenti di due soltanto delle oltre 200 vittime. La sentenza, inoltre, dispone che dell’obbligo di risarcire le parti civili rispondano “in solido” sia l’imputato sia lo stato tedesco. Contro questo principio di responsabilità congiunta, che non ha precedenti nella giurisprudenza, la Germania si era appunto rivolta alla Cassazione.

Il ricorso tedesco si concentrava, in sostanza, su due punti: l’immunità e il difetto di giurisdizione della magistratura italiana. Il pg Rosin, nel corso della requisitoria ai giudici della Cassazione, ha replicato che “l’immunità rivendicata dalla Germania non si applica nei casi di crimini contro l’umanità”. Per quanto riguarda la giurisdizione, lo Stato tedesco ha fatto riferimento al trattato di pace stipulato con l’italia nel 1947 e alla successiva convenzione di Vienna del 1961. “Accordi internazionali – ha sottolineato il pg – che non includono i danni morali per le stragi naziste ma solo per ebrei deportati”.

Già il tribunale militare di La Spezia, nell’ottobre del 2006, in occasione della condanna in primo grado per l’ex sergente Milde, aveva previsto l’obbligo per la Germania di risarcire le parti civili. La condanna all’ergastolo per l’ex sergente, che faceva parte della banda musicale di una divisione dell’esercito tedesco, è ormai definitiva in quanto non è stato presentato alcun ricorso contro la sentenza d’appello.

E’ la prima volta che la Cassazione stabilisce il principio secondo il quale un paese può essere chiamato in giudizio, in sede penale, per la responsabilità civile. Una decisione che a questo punto aprirà la strada quantità esorbitante di risarcimenti se si considera che i deportati statisticamente si aggirano intorno alle 600.000 unità. “Più o meno – ha affermato l’avvocato che rappresentava in Cassazione la Germania Augusto Dossena – le cause per chiedere il risarcimento potrebbero aggirarsi intorno alle 10.000. Ma con questa decisione nessuno Stato andrà ad impegnarsi per i risarcimenti perché l’azione del singolo li blocca”.

Napolitano ad El Alamein

EL ALAMEIN (Egitto) – Le nuove generazioni devono “rispetto e riconoscenza, sempre” ai caduti di El Alamein. Con queste parole il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha aperto la cerimonia al Sacrario dedicato ai caduti italiani per il 66esimo anniversario delle cruenti battaglie del 1942 e che costarono la vita a circa 100 mila soldati (compresi i caduti e i dispersi delle altre battaglie della Campagna d’Africa) alle truppe dell’Asse e agli Alleati. Ad accogliere il capo dello Stato, il ministro della Difesa Ignazio La Russa con il generale Vincenzo Camporini, capo di stato maggiore della Difesa.

Nella torre-sacrario, eretta nel 1959 e alta 31 metri, sono custodite le spoglie di 4.643 soldati italiani, quasi la metà di loro rimasti ignoti, cui si aggiungono 232 soldati libici che nei lunghi mesi dal 30 giugno al novembre 1942 combatterono al fianco degli italiani ma che per motivi religiosi sono stati sepolti da un’altra parte. Sono inoltre migliaia i soldati e i marinai italiani mai restituiti dal mare e dal deserto.

El Alamein fu una delle battaglie chiave della seconda Guerra Mondiale, di importanza strategica pari a quella di Stalingrado e a quella delle Midway, nel Pacifico, che salvò gli Stati Uniti dall’attacco della marina giapponese. El Alamein bloccò l’accesso al Canale di Suez e al Medio Oriente alle forze dell’Asse, l’Africa Korps guidato dalla “volpe del deserto” Rommell. A El Alamein Roma e Berlino persero il dominio dell’Africa e il controllo del Mediterraneo. La battaglia, in questo senso, aprì le porte allo sbarco degli Alleati in Sicilia, che sarebbe avvenuto qualche mese dopo, a luglio del 1943.