8 SETTEMBRE 1943 LA STORIA DIMENTICATA

Coloro che credevano che l’antifascismo non avesse più ragione d’essere, dovranno ricredersi. Un Ministro e un Sindaco di questo Governo, militanti ieri del movimento sociale, poi d’alleanza nazionale, hanno affermato che non fu il fascismo il male assoluto ma, le leggi razziali. La storia e troppo recente perché si possa impunemente adoperare per crearsi un alibi, le leggi razziali sono state volute, firmate e imposte, dalla dittatura Fascista. Si cerca di fare apparire il Fascismo come il male minore ma, e stata una dittatura che sì e macchiata di delitti orrendi, in Italia, e in varie parti del mondo. Non si possono dimenticare i massacri in Libia, in Etiopia, in Eritrea in Iugoslavia, Grecia, Albania, prima e durante la seconda guerra mondiale. La presa del potere in Italia e avvenuta con le distruzioni di cooperative, delle camere del lavoro, di circoli ricreativi Repubblicani, Socialisti, Liberali ecc. Ogni incursione delle squadracce nere, significava morte e distruzioni. Tutto avveniva con la protezione e l’indifferenza di chi doveva proteggere i cittadini inermi. Molti oppositori al Regime Fascista, Politici, sindacalisti, semplici lavoratori, insegnanti, intellettuali ecc sono stati uccisi, oppure cacciati dal lavoro. Molti sono riusciti espatriare in paesi democratici, ed esercitare i più strani e pesanti lavori per vivere e quando fu il momento molti di loro combatterono nella guerra di liberazione in Spagna. Chi osava votare contro il fascismo era prelevato dal seggio e massacrato di botte. Ma poi anche questo oramai limitato strumento di democrazia venne definitivamente abolito. Dal 5 Novembre 1926, data della sua istituzione, al 25 Luglio 1943, e rimasto in attività il Tribunale Speciale. I condannati sono stati 4600 per oltre 28.000 anni di carcere. Senza vergogna e pudore, uomini politici di destra, cercano di contrabbandare i combattenti e i morti della Repubblica Sociale Italiana, chiamata di Salò, come morti per difendere la Patria, al pari dei caduti Partigiani. Il solo pensarlo e un insulto ai Partigiani vivi e morti. I morti certamente sono tutti uguali ma, le ragioni e il fine sono enormemente diverse. I Repubblichini di Salò combattevano per perpetuare una dittatura crudele e sanguinaria. Il loro esercito era formato da giovani chiamati a svolgere il servizio militare tramite una leva imposta. Chi non si presentava, ed era scoperto, era fucilato come renitente. Molti giovani civili e militari, arrestati dai Tedeschi che avevano invaso l’Italia dopo l’otto Settembre 1943, anno preferito essere deportati in Germania piuttosto che aderire alla Repubblica di Salò. Le formazioni combattentistiche della Resistenza, erano tutte formate da giovani volontari che anno lasciato la famiglia, gli affetti più cari, e il lavoro per darsi alla clandestinità. Combatterono, e molti morirono, per contrastare, per riscattare le vergogne, i massacri, le distruzioni perpetrate dai Nazifascisti, e per fare dell’Italia un paese libero e democratico. Un appello vorrei rivolgere ai giovani, raccogliete le gloriose bandiere della resistenza, le nostre braccia vecchie e stanche, anno bisogno di un ricambio generazionale. Sono bandiere gloriose, portatrici di valori universali, come Libertà, Democrazia, uguaglianza e solidarietà Iscrivetevi all’Associazione Partigiani, siate i fautori di una nuova Resistenza, il baluardo contro da chi vuole umiliare la Costituzione e togliervi la libertà.

L’ANPI PROVINCIALE DI RIMINI SCONFESSA GIAMPAOLO PANSA

Pansa, non è amico dei Partigiani, pensa e scrive con l’intento di screditare la Lotta di Liberazione e di calunniare nel suo insieme la Resistenza.

Io ritengo che se fosse un bravo storico, e non un giornalista fazioso, sarebbe stato in grado di giudicare gli avvenimenti da lui raccontati nei sui libri con maggiore accuratezza e imparzialità, analizzando testimonianze e fonti in maniera obiettiva. In tal modo, si sarebbe accorto che, laddove si sono manifestate deviazioni e zone oscure, le stesse hanno riguardato esclusivamente violenze personali e delitti privati, commessi all’insaputa del Comitato di Liberazione Nazionale. Sporadici episodi di vendetta, condannati poi dall’ANPI, furono compiuti, durante e al termine della guerra, da singoli individui che agirono assolutamente di propria iniziativa, sull’onda del rancore generato dai torti e dai soprusi subiti durante l’occupazione fascista.

Credo che Pansa farebbe meglio a documentarsi con maggior precisione sui cruciali avvenimenti che seguirono l’8 settembre ’43. L’armistizio provocò inizialmente un’ondata di caos e sbandamento in tutto il Paese a cui, però, fecero seguito da un lato la nascita della Repubblica Sociale di Salò che adunò fascisti, simpatizzanti e incerti; dall’altro l’organizzazione da parte di tutte le forze antifasciste che dettero vita al Comitato di Liberazione Nazionale e alla mobilitazione di tutti coloro che credevano nella libertà e nella giustizia.

Allora, tutti eravamo a conoscenza della situazione che si era venuta a creare, specialmente dopo la chiamata alle armi delle classi 1924 e ’25,  e il momento richiedeva una scelta che fu deliberata, libera e consapevole.

A distanza di 60 anni, è opportuno continuare ad analizzare i fatti con sempre maggiore obiettività, ma taluni vorrebbero addirittura equiparare la RSI alla Resistenza, affermando che anche i repubblichini combatterono per l’onore della Patria, forse dimenticando che, mentre i loro leader si macchiarono di orrendi crimini razzisti, la Resistenza fu un atto di riscatto dalla dominazione nazi-fascista e una coraggiosa affermazione  dell’identità nazionale.

Non trascuri, dunque, Pansa che proprio grazie alle azioni dei Partigiani, al fianco dell’esercito alleato, l’Italia potè, riabilitarsi da nazione perdente a nazione libera e democratica.

 

 

Il Presidente del comitato provinciale ANPI di Rimini

Comunicato Stampa ANPI Nazionale

Nato a Torino il 18 settembre 1910, morto a Formia il 19 ottobre 2008, laureato in giurisprudenza, dirigente socialista e sindacale.

Dopo la laurea in giurisprudenza, conseguita all’Università di Torino nel 1931, matura un particolare interesse per gli studi economici. Amico di Leone Ginzburg, nel 1933 si avvicina al gruppo antifascista di “Giustizia e Libertà” e collabora, con lo pseudonimo di Emiliano, agli omonimi quaderni che Carlo Rosselli pubblica a Parigi.
Nel maggio del 1935, denunciato dall’agente dell’OVRA Dino Segre (noto, col nome di scrittore, come Pitigrilli), Foa è arrestato con altri sei antifascisti e deferito al Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Quei giudici – considerando un’aggravante che egli, in alcuni articoli economici, avesse chiarito che, sotto lo schema corporativo del regime fascista, in realtà si celava la subordinazione dello Stato ai grandi gruppi di potere finanziari e industriali – furono con Foa particolarmente duri. Lo condannarono infatti a quindici anni di carcere. Era il febbraio del 1936 e il giovane antifascista passò otto anni nelle celle dei penitenziari di Roma, Civitavecchia e Castelfranco Emilia. Fu scarcerato dopo la caduta di Mussolini, ma occorsero gli scioperi di Milano e Torino e le pressioni dei commissari delle Confederazioni sindacali, Buozzi e Roveda, su Badoglio, prima che il governo del generale lasciasse tornare in libertà Foa e gli altri antifascisti. Così Foa passa, dal carcere, all’illegalità nella Resistenza.
Rappresentante del Partito d’Azione nel CLN del Piemonte, rappresenta poi il suo partito nel Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, occupandosi tra l’altro, della stampa clandestina e scrivendo di riforme economiche e sociali e di democrazia operaia. Dopo la Liberazione, è membro della Direzione del PdA e deputato alla Costituente, dando un determinante contributo alla stesura degli art. 39 e 40 della Costituzione, sulla libertà di organizzazione sindacale e sul diritto di sciopero.
Nel 1948 entra nella CGIL con incarichi di direzione all’Ufficio economico. Deputato socialista per tre legislature, nel 1955 Vittorio Foa diventa segretario nazionale della FIOM. Due anni dopo entra nella Segreteria della CGIL.
E’ nel 1970 che Foa decide di lasciare gli incarichi sindacali, per dedicarsi agli studi. Insegna Storia contemporanea nelle Università di Modena e di Torino, ma non si estrania dalla vita politica. Dal 1987 al 1992 è senatore, eletto nelle liste del PCI e poi del PDS come indipendente. Tra i suoi tanti scritti vale ricordare: La cultura della CGIL-Scritti e interventi 1950-1970 del 1984, Il Cavallo e la Torre. Riflessioni su una vita del 1991, Questo Novecento del 1996, Lettere della giovinezza. Dal carcere 1935-1943 del 1998.
Negli ultimi anni Foa ha stabilito il suo domicilio in provincia di Latina, a Formia, con Sesa Tatò, che ha sposato dopo che per molti anni è stata sua compagna. L’11 agosto del 1998, il Consiglio comunale di Formia ha conferito, all’unanimità, a Vittorio Foa la cittadinanza onoraria “per meriti civili e culturali”.
La notizia della morte di Vittorio Foa è stata data, d’intesa con la famiglia, dal segretario del Partito democratico Walter Veltroni. «È un immenso dolore per noi, per il popolo italiano, è un immenso dolore per gli italiani che credono nei valori di democrazia e libertà, per l’Italia che lavora, per il sindacato a cui Vittorio Foa ha dedicato la parte più importante della sua vita», ha dichiarato Veltroni in una nota. «È un dolore per me personalmente perchè Vittorio Foa incarnava ai miei occhi il modello del militante della democrazia, un uomo con una meravigliosa storia di sofferenza, di lotta e di speranza, un uomo della sinistra e della democrazia, mosso da un ottimismo contagioso e da un elevatissimo disinteresse personale», ha sottolineato ancora. «A Sesa, ai figli ci stringiamo con affetto. Penso che tutto il paese senta Vittorio Foa come uno dei suoi figli migliori», ha concluso il segretario del Pd.
Del cordoglio del paese si è fatto interprete il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. “Partecipo con profonda commozione personale al generale cordoglio per la scomparsa di Vittorio Foa. Egli è stato senza alcun dubbio una delle figure di maggiore integrità e spessore intellettuale e morale della politica e del sindacalismo italiano del Novecento. La sua dedizione alla causa della libertà, cui pagò da giovanissimo un duro prezzo nelle carceri fasciste, la sua partecipazione alla Resistenza, il suo appassionato e illuminato impegno nell’Assemblea Costituente e nel Parlamento repubblicano, la sua piena identificazione – da combattivo dirigente della CGIL e da studioso – con il mondo del lavoro, gli hanno garantito un posto d’onore nella storia dell’Italia repubblicana. Egli ha dato prove esemplari del suo disinteresse e del suo rigore e ha vissuto i suoi ultimi anni con riserbo e sobrietà, rompendo in rare occasioni il silenzio per trasmettere messaggi sempre lucidissimi di fede nei valori democratici e costituzionali. Anche per il lungo rapporto di fraterna amicizia e di vivissima stima che a lui mi ha legato, mi associo con affetto al dolore dei famigliari e di quanti gli sono stati più vicini”.
A sua volta Vannino Chiti, vice presidente del Senato, ha affermato: “A Foa abbiamo guardato come ad un esempio luminoso”…” alla sua lucidità di pensiero, alla sua vita esemplare colma di battaglie in difesa della democrazia e della pace, dei valori fondanti della Repubblica e della Costituzione, del lavoro e della giustizia sociale”. Gianfranco Rotondi – ministro per l’Attuazione del programma – ha a sua volta affermato: “E’ un giorno di lutto per l’Italia. Se ne va uno degli uomini che hanno segnato la storia culturale della sinistra nel nostro Paese”.

Onori alla Rsi a Duno, insorgono i partigiani

Una messa con rievocazione per i caduti della Repubblica Sociale Italiana, lo stato fascista alleato con Hitler. Non in un luogo qualunque, ma a Duno, alle pendici del Monte San Martino, dove nel novembre 1943 la resistenza italiana combatté la prima battaglia, e dove furono catturati e poi fucilati 35 partigiani. La rievocazione repubblichina è prevosta per il 25 ottobre ed è stata organizzata dalla sezione Valcuvia de La Destra , il partito di Storace. L’iniziativa  ha provocato una protesta delle associazioni partigiane Anpi, Fivl, e Fiap. “Vogliamo impedirla – dice senza mezzi termini Angelo Chiesa dell’Anpi (foto) – fare una rievocazione repubblichina in un luogo sacro della resistenza è una provocazione, la facciano da un’altra parte”. I partigiani hanno scritto al Prefetto e al Questore. Alla richiesta delle assocazioni dei combattenti si aggiunge anche un appello dei sindacati Cgil Cisl Uil. Sembravano sepolte le polemiche sulla resistenza, e invece ecco che ritornano a distanza di tanti anni. “Non abbiamo fatto nulla di scandaloso» sottolinea Fabio Castano, il segretario provinciale del movimento di destra. Le ragione della rievocazione, le spiega nel dettaglio, Ivan Albertini, responsabile dell’Alto Varesotto, spiega che “è solo una messa, ma non abbiamo scelto il sacrario del monte San Martino, bensì il monumento ai caduti di tutte le guerre che c’è nel paese di Duno. Abbiamo scelto quel paese, perché è quello dove abbiamo raccolto più voti percentuali alle ultime provinciali”. Angelo Chiesa è indignato e ricorda che in quella battaglia morirono solo partigiani. Albertini, invece,  aggiunge anche una sua rievocazione storica delle resistenza in Valcuvia: “Volevamo anche celebrare i caduti della Rsi nella battaglia del San Martino, ci fu infatti una camionetta che fu mitragliata mentre saliva al Monte, sei morti che non sappiamo neanche dove furono sepolti; avevamo contattato i parenti, ma non si sono voluti esporre. Li capisco, però aggiungo che non abbiamo contattato Forza Nuova o altre frange estreme, per non esasperare gli animi – continua l’epsonente de La Destra – vogliamo solo celebrare tutti i caduti e ricordare che la battaglia del San Martino ebbe origine da due uomini asserragliati al San Martino che andarono a fare una rapina a Mesenzana, uccidendo un tenente della Wehrmacht, che era nipote di Goering”.
I partigiani, però non accettano revisionismi. “Organizzare in questa località una simile manifestazione – scrivono in una nota – non è solo una grave offesa alla memoria di quanti hanno combattuto e sono caduti per la libertà ma un deliberato disegno provocatorio nei confronti dei familiari, delle Associazioni democratiche e antifasciste, del Comitato provinciale per le onoranze ai caduti del San Martino, delle Istituzioni democratiche che ogni anno ricordano la gloriosa pagina della battaglia del San Martino”.

Sentenza storica della Cassazione

ROMA – La Germania dovrà risarcire nove familiari delle vittime della strage di Civitella, Cornia e San Pancrazio in provincia di Arezzo, dove il 29 giugno 1944 i nazisti uccisero 203 persone tra uomini, donne e bambini. Lo ha stabilito la Cassazione respingendo il ricorso con il quale la Germania contestava di poter essere chiamata a risarcire danni a suo avviso già ‘coperti’ dal trattato del 1947 e dagli accordi di Bonn del 1961. La decisione apre la strada a circa 10.000 cause di vittime del nazismo.

I giudici della prima sezione penale della Suprema corte, dopo diverse ore di camera di consiglio, hanno di fatto condiviso le conclusioni del sostituto procuratore generale Roberto Rosin che aveva chiesto di respingere il ricorso e confermare la condanna della Germania “in solido” con l’ex sergente Max Josef Milde.

Milde è stato condannato all’ergastolo, nel dicembre 2007, per la strage del ’44 i nazisti uccisero 203 persone tra uomini, donne e bambini. Tra le vittime anche il parroco di Civitella, don Alcide Lazzari, al quale è stata poi conferita la medaglia d’oro al valore civile. Alcune delle donne vennero anche violentate prima di essere uccise. Già i magistrati militari, oltre a condannare Milde, avevano previsto per i nove familiari costituiti parte civile nel processo un risarcimento complessivo di un milione di euro. Si tratta dei parenti di due soltanto delle oltre 200 vittime. La sentenza, inoltre, dispone che dell’obbligo di risarcire le parti civili rispondano “in solido” sia l’imputato sia lo stato tedesco. Contro questo principio di responsabilità congiunta, che non ha precedenti nella giurisprudenza, la Germania si era appunto rivolta alla Cassazione.

Il ricorso tedesco si concentrava, in sostanza, su due punti: l’immunità e il difetto di giurisdizione della magistratura italiana. Il pg Rosin, nel corso della requisitoria ai giudici della Cassazione, ha replicato che “l’immunità rivendicata dalla Germania non si applica nei casi di crimini contro l’umanità”. Per quanto riguarda la giurisdizione, lo Stato tedesco ha fatto riferimento al trattato di pace stipulato con l’italia nel 1947 e alla successiva convenzione di Vienna del 1961. “Accordi internazionali – ha sottolineato il pg – che non includono i danni morali per le stragi naziste ma solo per ebrei deportati”.

Già il tribunale militare di La Spezia, nell’ottobre del 2006, in occasione della condanna in primo grado per l’ex sergente Milde, aveva previsto l’obbligo per la Germania di risarcire le parti civili. La condanna all’ergastolo per l’ex sergente, che faceva parte della banda musicale di una divisione dell’esercito tedesco, è ormai definitiva in quanto non è stato presentato alcun ricorso contro la sentenza d’appello.

E’ la prima volta che la Cassazione stabilisce il principio secondo il quale un paese può essere chiamato in giudizio, in sede penale, per la responsabilità civile. Una decisione che a questo punto aprirà la strada quantità esorbitante di risarcimenti se si considera che i deportati statisticamente si aggirano intorno alle 600.000 unità. “Più o meno – ha affermato l’avvocato che rappresentava in Cassazione la Germania Augusto Dossena – le cause per chiedere il risarcimento potrebbero aggirarsi intorno alle 10.000. Ma con questa decisione nessuno Stato andrà ad impegnarsi per i risarcimenti perché l’azione del singolo li blocca”.

Napolitano ad El Alamein

EL ALAMEIN (Egitto) – Le nuove generazioni devono “rispetto e riconoscenza, sempre” ai caduti di El Alamein. Con queste parole il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha aperto la cerimonia al Sacrario dedicato ai caduti italiani per il 66esimo anniversario delle cruenti battaglie del 1942 e che costarono la vita a circa 100 mila soldati (compresi i caduti e i dispersi delle altre battaglie della Campagna d’Africa) alle truppe dell’Asse e agli Alleati. Ad accogliere il capo dello Stato, il ministro della Difesa Ignazio La Russa con il generale Vincenzo Camporini, capo di stato maggiore della Difesa.

Nella torre-sacrario, eretta nel 1959 e alta 31 metri, sono custodite le spoglie di 4.643 soldati italiani, quasi la metà di loro rimasti ignoti, cui si aggiungono 232 soldati libici che nei lunghi mesi dal 30 giugno al novembre 1942 combatterono al fianco degli italiani ma che per motivi religiosi sono stati sepolti da un’altra parte. Sono inoltre migliaia i soldati e i marinai italiani mai restituiti dal mare e dal deserto.

El Alamein fu una delle battaglie chiave della seconda Guerra Mondiale, di importanza strategica pari a quella di Stalingrado e a quella delle Midway, nel Pacifico, che salvò gli Stati Uniti dall’attacco della marina giapponese. El Alamein bloccò l’accesso al Canale di Suez e al Medio Oriente alle forze dell’Asse, l’Africa Korps guidato dalla “volpe del deserto” Rommell. A El Alamein Roma e Berlino persero il dominio dell’Africa e il controllo del Mediterraneo. La battaglia, in questo senso, aprì le porte allo sbarco degli Alleati in Sicilia, che sarebbe avvenuto qualche mese dopo, a luglio del 1943.

L’ultimo reduce della Prima guerra mondiale è morto

CASTANO PRIMO (Milano) – Si è spento domenica, a 110 anni appena compiuti, Delfino Borroni, l’ultimo reduce italiano della Grande Guerra e l’ultimo cavaliere di Vittorio Veneto, l’onorificenza istituita dalla Repubblica nel 1968 per «esprimere la gratitudine della Nazione» a tutti coloro che avevano combattuto sul fronte durante la prima guerra mondiale per almeno sei mesi. Borroni era nato il 23 agosto del 1898 a Turago Bordone, in provincia di Pavia, ma da anni viveva nella casa di riposo Don Guanella a Castano Primo, nel Milanese, dove si era trasferito dopo il matrimonio.

ONORI MILITARI – Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha espresso profondo cordoglio per la sua scomparsa del bersagliere: «Desidero far pervenire alla famiglia del defunto – ha dichiarato il ministro – i sentimenti più profondi e la grande partecipazione delle Forze Armate per la grave perdita. Delfino Borroni, che era l’ultimo dei sopravvissuti della Grande Guerra e che aveva combattuto a Caporetto – ha proseguito La Russa – rimarrà un fulgido esempio di profondo attaccamento ai valori della Patria». Al fante saranno riservati i funerali di Stato. La cerimonia, che all’inizio avrebbe dovuto svolgersi nel Duomo di Milano, per desiderio della famiglia si terrà invece a Castano Primo, dove Delfino Borroni viveva con i suoi figli, Angelo, Pinuccia, Erminia e Maria e tredici pronipoti. La camera ardente è stata allestita lunedì pomeriggio nella sala consigliare del Comune di Castano Primo.

Sulla riforma Gelmini

L’ANPI – Comitato Regionale Emilia-Romagna è con gli studenti per una vera Riforma della scuola
L’ANPI denuncia all’opinione pubblica la volontà del governo Berlusconi di tagliare corsi di studi, di ridurre indiscriminatamente gli organici, di eliminare discipline d’insegnamento, di relegare la scuola pubblica a una mera funzione sussidiaria e di favorire la scuola privata.
Ritiene che le espressioni di dissenso, rispetto a scelte di governo, siano un diritto in uno stato democratico e condanna le dichiarazioni di Berlusconi che voleva mandare le forze dell’ordine nelle scuole.
Afferma che tutte le soluzioni per una vera e seria Riforma della scuola e della Università non debbano partire dall’esclusivo contenimento dei costi, ma debbano partire dall’ammodernamento dei programmi e passare attraverso il
confronto parlamentare e nel paese.
Dichiara, infine, di essere a fianco degli allievi, degli studenti, dei docenti e delle famiglie che si stanno battendo con civili manifestazioni contro il decreto Gelmini; è solidale con la manifestazione sindacale unitaria del prossimo 30
ottobre a Roma.

Benarrivati!!!

Il 27 ottobre si è tenuta ad Orvieto l’assemblea costitutiva della sezione ANPI di Orvieto. Alla presenza di Alvaro Valsenti e Fulvio Pellegrini dell’ANPI Provinciale di Terni è stato eletto responsabile Damiano Bernardini di Baschi.

Subito dopo l’assemblea nazionale dell’ANPI che di terrà il 15 novembre verrà promossa una iniziativa pubblica ad Orvieto. Nel programma di attività è stato messo in rilievo l’impegno per sviluppare le ricerche storiche sulla resistenza orvietana e iniziative volte a denunciare i rigurgiti razzisti e xenofobi presenti anche sul nostro territorio.

Nei prossimi giorni Damiano Bernardini prenderà contatto con tutti i soci per proporre alla prossima riunione un comitato di coordinamento delle attività.

Archivio Partecipato della Memoria locale

Un progetto di comunicazione e educazione per ritessere il filo della memoria, ripercorrendo la storia in modo trasversale, non accademico e anche emozionale, attraverso il linguaggio cinematografico e internet.

Nel mito greco Mnemosyne, la memoria, è la madre delle Muse ossia di tutte le arti, di ciò che da forma e senso alla vita, proteggendola dal nulla e dall’oblio. Nella tradizione ebraica, uno dei più profondi attributi di Dio è quello di ricordare «fino alla terza, alla quarta, alla centesima generazione». Questa memoria divina è insieme giustizia e carità, riscatto delle vittime e resistenza al dilagare del “nulla”.

La memoria è anche un possente strumento per capire e per rispondere alle sollecitazioni del presente e alle sfide del futuro, in particolare in l’Italia, nazione senza memoria ma ossessionata dal passato .

Ed è con questo spirito che è nata la Memoteca, che non è ne un museo ne un deposito di storie, ma un

archivio vivo e dinamico, dove i ricordi, le storie, i drammi, i sogni delle persone vengono “conservate” come strumenti per ulteriori processi di cambiamento rivolti allo sviluppo sociale, culturale e politico della comunità. Vite spesso condizionate dalla grande storia: quella che fa le guerre, le battaglie, le malattie, le ingiustizie. Il grumo di vita vera che le vicende umane ci raccontano e che non possono perdersi nel vento, ma debbono divenire Memoria Progettuale per una nuova coesione sociale.

ogni essere umano è frutto della collettività in cui nasce e della storia che condivide con gli altri” – ha scritto il filosofo Fernando Savater, ed è da questa condivisione di storie che nascono i percorsi della memoteca, progetti rivolti alle scuole e ai cittadini.

Ideato da ViaTerrea in compartecipazione con la Provincia di Forlì-Cesena, ass. alla cultura, con la collaborazione del Coordinamento Provinciale dei Luoghi della memoria, dell’Istituto per la storia dell’età contemporanea e della resistenza e il patrocinio dell’Assemblea Legislativa dell’Emilia Romagna.

I numeri della Memoteca

Il sito della Memoteca (www.memoteca.it) ha ricevuto, a partire da luglio 2005, oltre 650.000 accessi, con una media attuale di circa 900/1000 visite al giorno. Nella area dowloand si possono scaricare liberamente oltre 640 documenti, tra cui: appunti di storia, articoli di approfondimento, biografie, e-book, interviste a testimoni della storia. Al momento sono state realizzate 75 video interviste a persone che hanno raccontato parti della loro vita, raccontandoci parti della nostra storia. Per un totale di oltre 3000 minuti di memoria condivisa. Sono online 45 video, in attesa di digitalizzare il resto.

Il progetto memoteca ha inoltre collaborato con varie scuole, tra cui l’Istituto Professionale “Iris Versari” di Cesena e L’Istituto Tecnico Commerciale “R, Molari” di Santarcangelo, realizzando laboratorio sulla memoria e sul territorio, producendo video documentari e altro materiale di comunicazione.

Per il futuro chiediamo a tutte le realtà sociali del territorio; associazioni, imprese, istituzione, di contattarci e collaborare insieme alla costruzione di una società solidale, partendo dalla memoria.